Giovanni Peresson, responsabile dell’Ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori, ha realizzato un interessante analisi dell’editoria italiana confrontandosi con i mutati bisogni del lettore nato con le nuove tecnologie.

L’intervento di Peresson è contenuto nell’Almanacco Guanda “Fare libri – Come cambia il mestiere dell’editore” che uscirà per festeggiare gli 80 anni della storica casa editrice.

Antonio Prudenzano ha pubblicato l’articolo in anteprima su Affari Italiani, ecco alcuni passaggi particolarmente interessanti:

“In questi anni, al centro dell’attenzione degli editori, dei tanti (e nuovi) attori della filiera del libro, delle pagine e supplementi culturali si sono imposte le «tecnologie» nelle loro multiformi declinazioni […]. Tutto ruota attorno a loro, imponendo ritmi e tempi (e temi) del discorso giornalistico e del dibattito, professionale e culturale. Quasi più nulla resta d’altro. Eppure in questi anni il lettore (o il cliente della libreria) non è «cambiato» meno dei device che trova esposti nei multistore delle catene o nelle home page dei principali store on line. Esprime nuovi «bisogni» di lettura (generi, linguaggi, autori, letterature che non sono più solo quelli «occidentali»). Esprime nuovi comportamenti nella ricerca e nello scambio di informazioni su cosa leggere e comprare.

“Tecnologie, certo, ma quello che diventa centrale sono i cambiamenti nei comportamenti dei lettori che obbligano a nuove scelte editoriali. La forma romanzo non è a/atto morta ma migra su nuovi e di/erenti media. E i media si ibridano, come i modi di distribuire e di consumare i contenuti da parte degli utenti. Più di qualcuno ha fatto notare come si sia creata una serialità televisiva di (grande) qualità, complessità e varietà narrativa, e al tempo stesso di largo consumo (Six Feet Under, I Soprano, Mad Men, e Wire eccetera). Una serialità televisiva che non ha nulla da invidiare alla grande narrativa popolare. E la narrazione sull’e-book (ma ancor prima nelle keitai-novel) si sta adattando (si può adattare), grazie alle tecnologie, ai nuovi ritmi e spazi della mobilità urbana […]. Una lettura che quando è su carta ha bisogno di trame e personaggi forti, storie dalla marcata capacità di coinvolgere il lettore: non a caso la letteratura di «genere» (giallo, noir, fantasy, graphic novel in parte) in questi anni ha acquisito una centralità (e un prestigio culturale e commerciale) che prima non aveva.”

La lettura si colloca – almeno nei mercati editoriali occidentali avanzati – sempre più all’interno di altre pratiche e attività del consumo: in primo luogo quelle riguardanti il proprio tempo libero (dalle guide per il turismo al variopinto mondo dell’audiovisivo e dei videogiochi), le mode, gli hobby (manuali) e così via […]. La convinzione che chi diventa per la prima volta nella sua vita lettore di un libro sia comunque un lettore acquisito per sempre perde di valore in favore di un’immagine di lettore che deve ogni volta essere ri-conquistato […] Tornano così a essere ancora più centrali le politiche editoriali: «La distribuzione è da vent’anni che cambia continuamente sotto i nostri occhi». Il lavoro di editore resta quello di «fare scouting, editing, selezionare e quindi o/rire una qualità editoriale mediamente migliore ai propri lettori […] permette[rgli] di scegliere tra titoli che hanno un senso dato dal progetto editoriale della casa editrice, dalla collana, dalla copertina, da come il libro ti invita a essere letto. Tutte cose che resteranno anche quando i libri di carta non ci saranno più. Il gusto dell’editore resta un punto di riferimento per quella categoria di persone che chiamiamo lettori» (Stefano Mauri, «Giornale della libreria», 11, 2011, pp. 14-16).”

“[…] Roberto Denti aggiungeva in quella stessa intervista: «I bambini oggi cominciano prestissimo a vedere i cartoni animati in dvd, si abituano alla rapidità visiva ed emotiva o/erta dalle storie portate sugli schermi. Poi cercano questo anche nelle pagine dei libri. L’editoria e la narrativa si sono adattate [in questi anni] a questo cambio importante nel gusto dei giovani lettori» («La Repubblica», pagine di Milano, 2 febbraio 2012, p. 22). È ormai chiaro che «a seguito del nuovo ambiente digitale, i bambini e gli studenti di oggi apprendono e gestiscono l’informazione e la comunicazione in modo sostanzialmente diverso da noi» (Paolo Ferri, Nativi digitali, Bruno Mondadori, Milano, 2011, p.12). Se questo è vero, quali saranno le conseguenze – una volta che questi «nativi digitali» diventeranno sempre più autonomi nelle loro scelte di acquisto e di lettura – per gli editori? Se i loro modelli di vedere e costruire il mondo sono cambiati, quali domande di contenuti narrativi, di linguaggi eccetera porranno ad autori, editor, case editrici? Il fatto di «parlare» il linguaggio digitale dei pc, dei videogiochi e di internet cosa significa (cosa significherà) per il lavoro editoriale? Cosa significherà in termini di nuovi modelli di business da immaginare ed esplorare?”

L’intervento di Peresson è disponibile integralmente su Affari Italiani.

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