L'eresia ai tempi del digitale

Prove tecniche di emissione dati @Elisa Gianola

“Sono entrate le macchine, l’arte è uscita… Sono lontano dal pensare che la fotografia possa esserci utile.” Parole di Paul Gaugin, alle prese con l’eretico mondo degli sperimentatori chimici. Questi alchimisti, questi scienziati pazzi, erano andati in fissa col fatto di poter catturare l’Immagine. Scetticismo, ilarità, nonnismo.

La fotografia, malgrado ciò, cominciò lentamente a farsi strada nel mondo, perfezionandosi nella forma e nel contenuto. La magia avveniva  all’interno di umide stanzette oscure, a volte perfino munite di ruote, dove professori, chimici, artisti e giornalisti, usavano sviluppare e stampare queste incredibili clonazioni della natura visiva. La fotografia crebbe e crebbe, fino diventare l’emblema della Verità fenomenica e della Conoscenza creativa.

Poi, senza chiedere niente a nessuno, arrivarono i computer. Qualcuno, tra la folla, urlò “Sono entrate le tecnologie, l’arte è uscita… Sono lontano dal pensare che il computer possa esserci utile”. Il computer lasciò spazio alla creazione di corpi digitali in grado di catturare immagini senza bisogno di passare attraverso la camera oscura. Questi “file”, una volta inseriti nel grande calderone digitale, si lasciavano modificare con più semplicità, grazie soprattutto a una vasta forchetta di strumenti a disposizione.

Nacquero programmi di fotoritocco, e fu gran gioia tra il popolo. Ma nell’ombra, i fotografi anziani borbottavano e maledicevano i fruitori della camera chiara o, come veniva chiamata dagli stessi user, Photoshop. Dietro di loro i pittori che, ormai esasperati da cotanta scelleratezza creativa, avevano abbandonato i pennelli ed erano partiti per una vacanza ad Ibiza.

Poi, senza chiedere niente a nessuno, arrivarono i cellulari. Sgomento e shock per tutti i creativi dell’immagine. Il culmine fu toccato con la nascita di Instagram, un piccolo programmino all’intero degli apparati di telefonia mobile, in grado di fotoritoccare gli scatti in modo completamente automatico. E, beffandosi del passato, in stile vintage.

Per riassumere, anni fa scrissi questa microstoria. L’evoluzione della fotografia.

E Dio creò Niépce, e Niépce inventò la fotografia. E fu cosa buona. Satana, invidioso e sanguinario, consumò la vendetta lentamente. Fu così che Satana creò Steve Jobs, che inventò l’iPhone, per il quale fu inventata l’Instagram. Dio morì fotografato, tra rantoli di dolore estremo, e lo scatto fu postato su Tumblr. FINE.

Nel nostro territorio, Padova in particolare, possiamo rintracciare ogni elemento della grande catena alimentar-fotografica. Ognuno di questi elementi spende il suo tempo a puntare il dito contro il prossimo, accusandolo di scempio del concetto di arte e cultura, rinnegando ciò che si è sviluppato al di fuori della propria epoca ed osservando con il paraocchi (leggesi mezzo chilo di bresaola tagliata grossa) le nuove immagini, troncando qualsivoglia sbocciare creativo.

Grazie a Dio (di cui sopra) a Padova abbiamo moltissime associazioni fotografiche, intente nell’organizzazione di eventi culturali d’ogni sorta. E lo fanno bene, dannatamente bene. C’è passione, divertimento, organizzazione. Il problema è che, malgrado questo, l’età media degli iscritti è 50 anni. Dove sono i giovani? Dov’è la ventata d’aria fresca? Dov’è quella porta aperta, ma aperta veramente, che trasforma un’associazione fotografica in un VERO contenitore di percorsi creativi?

La mia quindi è una preghiera, la rivolgo a voi ma soprattutto a me stessa. Perché la creatività, la sperimentazione e soprattutto la voglia di osare, spesso può non portare a niente, ma qualche volta, solo qualche volta, riesce a dare una svolta netta alla storia.

Non esiste fotografia giusta o sbagliata, non esistono limiti agli strumenti che possiamo usare. E anche se forse non è arte, resta comunque lo specchio di una società che ha ancora voglia di muoversi, di conoscere, di provare. Lasciamo spazio ai giovani, a quelle che riteniamo pessime dimostrazioni di fotografia, magari un giorno non saranno più considerate tali. Magari un giorno la parola “fotografia” comprenderà molto più di quello che conosciamo. La fusione di generi, il montaggio come parte integrante di una foto, l’idea che lo scatto non significhi nulla senza una storia dietro. Una vera storia. Dopotutto, l’essere umano filtra il mondo attraverso i propri occhi, e ne vomita un prodotto assolutamente personale. Contano poco i mezzi con cui ci è arrivato.

Forse l’arte è davvero morta, ma la voglia di cultura persiste. Ed è incredibilmente viva nel nostro territorio.