Educazione Siberiana di Nicolai Lilin: il brogliaccio delle sedute psicoanalitiche di un bullo fantasioso.

“[…] Aveva una saggezza che veniva dal profondo, non sembrava neanche umana, come se arrivasse da qualcosa di più grande e forte dell’uomo.
– Guarda come siamo messi, figliolo…Gli uomini nascono felici, però si autoconvincono che la felicità è qualcosa che devono trovare nella vita…E cosa siamo? Un branco di animali senza istinto, che seguono idee sbagliate, cercando quello che già hanno…”

Educazione Siberiana, il brogliaccio delle sedute psicoanalitiche di un bullo fantasioso

Nicolai Lilin, Educazione Siberiana, Torino, Einaudi, 2010.

A fianco di queste righe del libro di Lilin, che parevano preannunciare chissà quale verità rivelata da una“saggezza che veniva dal profondo”, ho vergato due secche parole: “che minchiata!”. E questo giudizio, se volessi farla facile e troncarla qui, potrei generosamente appiopparlo a tutto il libro che, se non lo avete capito, non mi è piaciuto.

Ho finito di leggerlo per due motivi: perché me lo ha regalato una cara amica e perché volevo trovargli un senso, una direzione, una struttura, confidando che prima della fine sarei riuscito. Ma invece niente, non è successo.

Il libro è la narrazione torrenziale – scomposta perché fatta di reiterati avanti e indietro narrativi, di aperture continue di storie subordinate – dell’infanzia di Kolima che – mi pare – dovrebbe essere lo stesso Lilin. Dico mi pare perché non ho ancora capito se questo libro è autobiografico o narra la vita di un amico di Lilin; se è racconto di vita vissuta o fantasia. Non che ciò cambi la prospettiva del testo e il giudizio che di esso ne do, però almeno avrei trovato una chiave di lettura per me appagante.

Se dovessi definirlo lo definirei, per l’appunto, la trascrizione pubblica del brogliaccio di uno zelante psicoterapeuta, che si sia trovato a seguire un bullo tanto fantasioso quanto sbruffone.

Si tratta della storia di questo Kolima, un giovane della Transnistria, che cresce educato alle regole della comunità criminale siberiana, dove “ai bambini viene insegnato che la vita e la morte sono cose legate all’esistenza, e quindi togliere la vita a qualcuno o morire, è una cosa normale, se c’è un motivo valido”.

Un viaggio nell’infanzia, giovinezza e maturità imbevute di cultura e formazione “criminale”, in mezzo a riti, usi e stili “criminali” che mettono un’infinità tristezza a chi, di questi retaggi tribali e retrogradi, ne ha piene le tasche. Una narrazione in cui l’onestà è quella dei criminali. Non quella delle brave persone, tanto per intenderci.

Il tutto infarcito con una serie di baggianate e di spacconate, in certi casi così inventate male da risultare fastidiosamente ingenue.

Oppure raccontando, con un certo tronfio autocompiacimento, di talune convinzioni dei siberiani che per Lilin dovrebbero mostrare il nerbo di un popolo ma che a me, sinceramente, paiono delle colossali buffonate. Come questa, per esempio:

“portare gli occhiali per i siberiani è come sedersi volontariamente su una sedia a rotelle, è un segno di debolezza, una sconfitta personale. Anche se non vedi bene non devi mai metterti gli occhiali, per conservare la tua dignità e il tuo aspetto sano”.

Ecco, se io – non perché sia miope – fossi cresciuto in mezzo a certi idioti e da essi mi fossi emancipato, non narrerei questa roba con una sorta di ammirazione, ma la rubricherei nell’elenco delle cose stupide che un’umanità arretrata si ostina a perpetuare.

E invece no, dannazione; Lilin pare gloriare tutto ciò: la violenza gratuita, la stupidità, l’ignoranza, la persistenza di una cultura tribale da uomini e donne di Cro-Magnon, la pesante e soffocante assenza di regole civili sono cantate con ammirazione ed entusiasmo.

Mi sono chiesto, leggendo questo libro, cosa sarebbe successo se uno scrittore calabrese, che magari di cognome faceva Barbaro, avesse scritto un romanzo che si fosse intitolato, che so, “Educazione Platiota”, celebrando – di fatto – come “onesta” la mostruosa realtà ‘ndranghetista. Ci sarebbe stata, immagino, una sollevazione dell’intelligenza progressista. Invece qui se ne fa addirittura un filmetto. Bah, misteri della Kultura.

Infine una notazione sullo stile di scrittura. Lilin scrive in italiano e, a dirla tutta, scrive bene per essere russo. Però avrei gradito un po’ di lavoro di editing, così da rendere il testo più fluente, meno schizofrenico e – soprattutto – per levare di mezzo la pletora di “‘sto” e “‘sta” disseminati in tutte le pagine del libro (a un certo punto, su due pagine, ho contato ben tre ‘sto): ho deciso che non userò più questa specie di elisione quando scrivo, tanto rozza mi è parsa.

Insomma un libro banale, ode a un’antropologia dell’inciviltà di cui, davvero, non si sente alcun bisogno.

Burp