Librai contro Il Grande Gatsby, Fitzgerald si rivolta nella tomba.

Si, alcune librerie indipendenti, per ora site nella grande mela, si rifiuteranno di vendere la nuova edizione del Il Grande Gatsby. Motivazione? La nuova copertina prende le sembianze di Leonardo DiCaprio, tanto main stream quanto poco radical chic. Per loro bisognerebbe continuare a vendere la cover storica di Francis Cugat!

Trovo questa polemica surreale.Librai vs Il Grande Gatsby

Prima di tutto una mera considerazione di carattere storico: Scott trovò la copertina di Cugat già bella che confezionata prima di terminare il libro. Quest’ultimo la disegnò estrapolando due passaggi molto visivi del romanzo in scrittura, la villa sul lago agghindata a festa e il cartellone pubblicitario tanto simbolico del dottor T. J. Eckleburg.

Tutto bello, tanto che il suo amico Hemingway disse “It looked the book jacket for a book of bad science fiction”. Maledetta Generazione perduta!

Secondo perché è economicamente provato, dati statistici alla mano, che nell’80% dei casi il richiamo visivo al media trainante paga. Se esce il film con DiCaprio, si mette il suo bel faccione in copertina e si ricomincia a vendere con nuovo slancio. Economicamente obbligatorio per un’azienda. Perlomeno tentare.

Librai vs Il Grande Gatsby

Ora se i librai non vogliono essere “economicamente sostenibili” che chiudano e tanti saluti. Se vogliono fare impresa e restare sul mercato devono obbligatoriamente vendere un prodotto. Il loro prodotto si chiama libro e non è diverso dal dentifricio o le colle epossidiche.

Provocazione forte la mia, certo, qui non parliamo di contenuti ma solo di estetica. L’estetica muove gran parte delle nostre scelte, non ammetterlo è insano, soprattutto per i professionisti del mondo editoriale che dovrebbero essere i primi a trarne vantaggio.

Defilarsi dalle politiche commerciali trincerandosi dietro a parole come “cultura” e “arte” è come scrivere il proprio epitaffio, accelerare verso una fine prematura senza l’Addio alle armi (commercialmente parlando s’intende).

 

 

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  • Giacomo Brunoro

    Standing ovation!!!!!!

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  • Provocazione condivisibile!

  • Paolo Zardi

    Perché questo generale nuovo interesse verso “Il grande Gatsby”? La ragione è abbastanza venale: sono passati più di 70 anni dalla sua morte e i diritti sui suoi libri sono decaduti. Per questo motivo, negli ultimi due anni sono uscite diverse traduzioni: nell’impresa si sono cimentati, tra gli altri, Feltrinelli, Einaudi, Mattioli 1885, Gingko, BUR, minimum fax, Newton Compton e, ovviamente, anche Mondadori.

    Come distinguersi in questo mercato? Sfruttando l’onda del film con Di Caprio. Ma il punto è: cosa stiamo comprando? Vado su bookrepublic.it e provo a confrontare i prezzi delle diverse edizioni.
    Newton 0.99, BUR 0.99, Einaudi 2.99, Feltrinelli 3.99. Mondadori? 6.99. Quasi sette volte il prezzo della versione BUR, più del doppio di quella Einaudi. Quindi ripeto: cosa stiamo comprando? E i librai, cosa stanno vendendo?

    Siamo sicuri che il maggiore guadagno che la faccia di Di Caprio garantisce adesso sia la scelta migliore nel lungo periodo? Davvero si vuole che siano questi gli strumenti usati dall’editoria per rilanciare la cultura, o semplicemente il loro ruolo?

    Ci sta bene che sia il mercato, questa bestia mitologica in nome della quale sono state compiute le peggiori nefandezze degli ultimi vent’anni, a regolare anche questo aspetto della nostra vita? Le librerie devono arrivare a fine mese, ma credo che non debbano per forza seguire le peggiori tendenze…

    • Paolo tu vedi il mondo editoriale da lettore forte, pensi che Fitzgerald sia conosciuto? Prova a farti un giretto su google Trends e avrai la prova lampante che fino a qualche mese fa solo il 15%, relativo ad oggi 100%, lo ricercava. Non un dato esaustivo ma giusto un qualcosa di immediatamente tangibile, specchio di quanto vale uno dei più grandi scrittori mai vissuti, poco, pochissimo. Pertanto ben venga la copertina con DiCaprio e il prezzo a 6.99, l’importante è che si venda. Le librerie sono per prima cosa delle attività commerciali che, per definizione altrimenti andiamo a vivere su Marte, devono creare utili. Attenzione non fare cultura, fare profitti e solo come seconda istanza veicolare il giusto prodotto all’avventore, peraltro pratica normale nel mondo del commercio altrimenti questo non torna più. Ognuno avrà la sua copia del Grande Gatsby pagandola il prezzo giusto per lui, scommettiamo che si venderanno di più le copie a 6.99 che a 0.99? Io lo trovo giusto, trovo ingiusto fidarmi di un commerciante che non è neppure capace di tenere aperta la sua libreria.

      • Paolo Zardi

        A Padova ci sono gelaterie che fanno il gusto al Puffo, per abbindolare i bambini piccoli, e quelle che, come Bepi, a Mortise, puntano sulla qualità dei loro prodotti, sull’originalità della proposta, sulla semplicità della confezione.

        Io non mi fido di un’editoria che per vendere un libro di Fitzgerald a un prezzo da rapina usa la foto di Di Caprio; è una mossa che non ho problemi a riconoscere come “astuta” da un punto di vista commerciale, ma è come il gelato fosforescente: è la strada più breve, più facile, e meno dignitosa, per arrivare al risultato – ed è una tragica ammissione dell’incapacità di formulare idee vere per riportare la gente a leggere. Alla lunga non paga: la gente smetterà di mangiare gelati finti, e di leggere libri in cui neppure chi li vende crede. A me non interessa che le librerie rimangano aperte in generale: a me interessa che rimangano aperti dei luoghi capaci di contribuire, in qualche modo, alla cultura. Le librerie seriali non sono diverse dai negozi di scarpe o di vestiti – ma non possiamo fare finta che i libri siano scarpe o vestiti, se non per il gusto della polemica. E non è vero che il primo obiettivo di una libreria è fare profitto: quello è il secondo, il primo è vendere libri, così come il primo obiettivo di una gelateria è fare del buon gelato, e di un buon artigiano fare ottimi mobili. Non puoi prescindere dalla qualità di quello che vendi, se vuoi stare davvero sul mercato. E se una libreria non sa vendere libri senza usare la foto di Di Caprio, per me non è un problema se chiude: non sa fare il suo lavoro.

        • Non sono d’accordo, l’impresa per statuto deve generare profitti e lavoro, altrimenti decade la definizione di imprenditore e diventa benefattore. Il prodotto è un aspetto secondario e come dico nel mio articolo non c’è differenza tra il libro e il dentifricio. Un negozio, vedi libreria, non è un luogo di formazione ma di vendita con tanto di merce esposta al pubblico e vetrine. La cosiddetta “cultura” e la “capacità di formulare idee nuove” lasciamole ad altri soggetti sociali. Tu mi parli di qualità ma questo è benaltrismo. Io parlo di azioni commerciali sconsiderate da parte di commercianti.

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