IMPERO MON AMOUR: il binomio d’amore fra Arte e Potere. Un idilliaco rapporto che dura da secoli, dall’impero Romano a Metropolis di Fritz Lang.

IMPERO MON AMOUR“L’impero di oggi, le ceneri di domani”, recitava il titolo di un album dei Propagandhi del 2001, che riascolto mentre ritorno da un weekend a Roma.

Roma città eterna, Roma città dove quel meraviglioso idillio che esiste fra l’arte e il potere è così palese, per ogni epoca e per ogni opera, dove le rovine del tempo che fu lasciano ancora respirare l’irresistibile fascino della persuasione creativa.

L’arte secondo l’impero romano andava a braccetto con la storia, con il racconto di avvenimenti particolari, alla ricerca di una continua conservazione di un passato che legittimava il presente. La religione della memoria fu la base della propaganda, che in Italia divenne un’istituzione vera e propria solo nel 1925 (in quell’infausto impero italiano vestito di nero).

L’artista romano non rappresenta più, a differenza del mondo greco, un uomo ideale: egli parte dal ritratto, dall’uomo singolo e dalla memoria delle sue gesta.

IMPERO MON AMOURIl fine dell’arte cambia: diventa un monito, un insegnamento, il mezzo per preservare il ricordo di giornate eroiche, un modo per promuovere l’immagine dell’uomo politico al potere.

Splendido esempio fra tutti l’Ara Pacis Augustae, un’opera realizzata in circa tre anni e mezzo e inaugurata nel 9 a.C., con una solenne cerimonia di “dedicatio”. Un bassorilievo conservatosi pressoché intero, oggi protetto da una struttura di architettura contemporanea firmata Richard Meier, dove viene celebrato il ritorno vittorioso di Augusto dalle Province Occidentali, rappresentazione iconografica di ciò che lo stesso princeps scrisse nelle sue Res Gestae. La sua costruzione fu voluta e votata democraticamente dal senato romano, nel 13 a.C.

Un’arte che si rivolge ad un pubblico più popolare, più realista e devota al fine etico, proprio come ci si aspetta da un popolo che inventò il diritto.

L’immagine dell’impero vittorioso ha un grande fascino, corre lungo i secoli e si fissa un po’ ovunque, come il “little black dress” che non passa mai di moda. Dalla pittura imperiale romana alla ritrattistica al tempo di Carlo V, passando per le cappelle private dei papi dove Michelangelo fece i suoi maggiori capolavori, senza dimenticare poi le immagini di carta popolare pubblicate dall’Imagerie d’Epinal che celebravano Napoleone, una recente scoperta degli studiosi dell’arte: un mondo di commemorazioni e di celebrazioni, dove il potere diventa mitologia e simbolo di gloria nella storia.

IMPERO MON AMOURLa funzione etica dell’arte è un filo rosso che la accomuna a più di un’epoca storica, da Roma ai giorni nostri, diventando persino lo strumento principale per la legittimazione dei regimi totalitari del Novecento.

Arriviamo quindi agli anni Venti del cosiddetto “secolo breve”, in particolar modo al 1927, quando esce nelle sale una pietra miliare della storia del cinema: Metropoli di Fritz Lang.

Il film mette in luce per la prima volta lo stile di vita capitalista, pregi e difetti inclusi. Lo scenario riprende immagini dell’arte d’avanguardia, dove la scenografia diventa padrona di un film ambientato in un immaginario futuro governato da un regime tecnologico totalitario (un futuro che non sembra poi così lontano: Lang ambienta il film nel 2026, e le realtà aumentate dalla tecnologia sono già attualità).

Metropolis fu un esperimento cinematografico che unì espressionismo tedesco, surrealismo francese e utopie visionarie dell’architettura futurista e d’avanguardia: in Germania fu subito considerato consono all’ideologia nazionalsocialista, e la sua sceneggiatrice – Thea von Harbour, moglie di Fritz Lang – aderì lei stessa al partito.

Negli Stati Uniti, invece, dove Lang fuggirà poco prima della Seconda Guerra Mondiale, venne sospettato di simpatie comuniste per via della sua storia realista e impietosa nei confronti del capitalismo: la sua scenografia urbana e antropologica, dove l’unico scampolo di natura è di origine artificiale ed esclusivamente desinato ai padroni della città, infatti, fanno pensare ad una pesante critica all’uomo ricco, capitalista e sfruttatore degli altri.

Un film che profetizzava un futuro troppo tecnologico, pericoloso e tirannico nei confronti degli uomini, utopico – sì – ma al negativo. Una contrapposizione netta fra l’essere umano e le architetture monumentali, che sembrano quasi imprigionarlo, in una sorta di ossimoro fra l’idea dell’impero presente e la paura di un futuro aberrante. Si riconosce, fra le avveniristiche scenografie, una sorta di rimembranza di quello stile Impero che tanto caratterizzò il Settecento e l’età Napoleonica.

Un kolossal stile impero, nel senso che dalle sue scenografie poi prese spunto anche Leni Riefenstahl quando negli anni Trenta celebrava il regime Nazista, e forse anche Carmine Gallone, regista del principale film di propaganda fascista, ovvero Scipione l’Africano.

Tutto questo per dimostrarvi che, alla fine, quasi tutti gli imperi si fondano su uno stile. Può essere la lingua, l’abbigliamento, la musica, l’arte o una filosofia specifica: l’importante è che sia tanto creativo da attirare l’attenzione, e tanto monumentale da risultare vincente.

IMPERO MON AMOUR

L’iconografia del potere ha una certa quantità di fascino innegabile, sia perché era il lustro del presente che fu, sia perché – come una fenice che rinasce dalle sue ceneri – rimane sempre a testa alta, anche quando l’impero crolla.

Non sottovalutiamo la forza dell’arte, gente, spesso le sue espressioni non sono che le vestigia del nostro passato.

E sono anche un buon modo per rendere più bello il nostro presente.

Il video integrale di Metropolis di Fritz Lang su Youtube

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