Montecchio Precalcino (VI), sabato 19 ottobre 2013, verso le 15:50.

Un mio affidabile amico mi chiede di vederci verso le 20:01 a Santa Corona per andare a vedere Paolo Fresu e Flavio Soriga. Penso si tratti di un posto comodo dove incontrarsi, non immagino certo che in chiesa ci trascorrerò il sabato sera.

Scopro su internet che si tratta di un incontro della rassegna annuale “Vivere sani, vivere bene” della Fondazione Zoé, dal titolo “La salute della relazione tra parole e musica”. Storco un po’ il naso immaginando una conferenza abbottonata, con domande al musicista e domande allo scrittore. In chiesa, poi…

Vicenza downtown, sabato 19 ottobre 2013, verso le 20:14.

Rabbonita da qualche spritz Campari e molte arachidi, mi conduco a Santa Corona e scopro con piacere che mi hanno tenuto un posto a sedere. Per fortuna, non ci sono i tavoli istituzionali che mi aspettavo sotto alle bottigliette d’acqua: è una buona notizia. La chiesa si riempie mentre mi chiedo quanto sia sacrilego mettere i piedi sull’inginocchiatoio: nel dubbio, facciamo uno sì e uno no.

Non ho molta confidenza con questo posto: c’è un odore strano e qualcuno accende candele a gettoni. L’età media di chi mi circonda è sui cinquanta (quarantacinque secondo la Questura), quella dei mattoni è otto secoli (nove secondo gli organizzatori). Mi aggiro chiacchierante per i banchi, cercando di capire dove collocare le mie altalenanti aspettative per questo strano sabato sera.

Chiesa di Santa Corona (VI), sabato 19 ottobre 2013, verso le 21:05.

“Buonasera, benvenuti, blabla, spegnete i cellulari, blabla, le foto nei primi dieci minuti o durante il bis, senza flash”. Buio, un minuto di silenzio o non so quanto. Un suono lontano e dolcissimo di tromba e nessuno sa da dove provenga.

Conoscendolo, dev’essere Fresu alle prese con una delle sue entrate sceniche. Dimenticando l’oscurità, si voltano tutti verso l’ingresso (o l’uscita) della chiesa: il suono si avvicina. Sì, è proprio Fresu, che percorre la navata con un passo da padre della sposa. Mi chiedo cosa pensino i Santi affrescati sulle pareti, se si sentano invocati o sberleffati da tutto questo raccoglimento.

Pavimento della chiesa di Santa Corona (VI), sabato 19 ottobre 2013, verso le 21:11.

Il posto che mi avevano tenuto è troppo indietro per la mia miopia: sono scappata con la scusa di qualche foto e poi mi sono seduta per terra, davanti al banco in prima fila. Da qui vedo i riccioli di Paolo e gli occhi grandi con la O chiusa di Flavio, le curve del flicorno e gli spigoli dei fogli.

Se uno ti racconta o ti suona di un bambino che non sa se diventerà grande, di beta talassemia major, morbo di Cooley e anemia mediterranea, di controlli, trasfusioni e ospedali, non ti aspetti certo di scoppiare a ridergli in faccia. E invece c’è la chiesa gremita che applaude e ride, lampadari compresi. Quel bambino si è inventato un’ironia che neutralizza il pudore degli altri, quello che fa male con gli sguardi, la compassione e il silenzio. Ha sconfitto quel male più cane della malattia, prendendo in giro questo ergastolo a cui siamo tutti condannati.

Altare della chiesa di Santa Corona (VI), sabato 19 ottobre 2013, verso le 21:39.

Persino le pietre, merlettate e intarsiate, ormai ridono godendosi lo spettacolo. Uno dei due ex bambini sbercia che è un diverso anche lui, poi smanetta al computer, suona e si mette a passeggiare. È un peccato non potersi alzare e dondolare insieme a lui. L’altro apre la valigia del migrato a Roma e tira fuori i carciofi di zia Mariuccia, li racconta e li fa ridere.

C’è tutta la Sardegna che possiamo immaginare, nella parlantina di ottone e voce che si propaga attorno a noi. Ci sono suoni, odori e zuppe così lontani che c’è di mezzo il mare. C’è il muflone (forever) che, invece, non avevo considerato. È nel finale a sorpresa che non posso svelare, mentre la gente si piega dal ridere sui banchi.

Terza colonna a sinistra della chiesa di Santa Corona (VI), sabato 19 ottobre 2013, verso le 22:09.
Questa relazione tra parole e musica non è sana: è una meraviglia. “Reading di Flavio Soriga musicato da Paolo Fresu” è un ignobile eufemismo. Non spiega una serata che è stata insieme maestosa e familiare, né il miracolo del ridere al posto del dolore. Non spiega neanche il senso di liberazione per l’ora in punto che, anche se arriverà, non è ancora scoccata. Sento lo scroscio di un applauso partire al rallentatore e poi durare moltissimo.

Altro che salute: ci hanno contagiati. Adesso, siamo tutti ex bambini contenti di essere cresciuti e continuiamo ad applaudire. Sopravvissuti, ognuno solo, diverso o malato a modo proprio e tutti qui come se potessimo condividerlo per davvero. Non avrei immaginato un sabato sera così a nostro agio tra queste pietre, né una gratitudine così scriteriata per chi ci ha ricordato di essere così vivi, mortali e fortunati.

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  • Augusto

    E’ sempre la stessa cosa: ad ogni fine concerto Paolo ti lascia andar via col sorriso da ebete stampato sulla faccia e con lo spirito rinnovato.
    Quando posso lo vado ad ascoltare con la certezza che non sarà banale: piuttosto sarà un’altra goduria sensoriale.
    Augusto