Die Hard – Trappola di cristallo (1988):  Alienone’s American Action Amarcord #2

Ho, ho, ho, Now i’ve a machine gun!
Detective John McLane

Die Hard (1988)Trappola di cristallo. Ma cos’aveva che non andava “Duro a morire”? Di certo non sarebbe riuscito a veicolare il gioco di parole con “giornata dura” che implica il titolo originale, ma insomma.

Non posso prendermela troppo con la distribuzione italiana ‘sto giro (per intenderci quella che traduce l’immortale verso di Pepys Eternal Sunshine of a spotless mind in Se mi lasci ti cancello) dato che poche nazioni hanno mantenuto il titolo originale, salvo poi appiccicarlo nelle versioni successive, a causa di un postumo rammarico.

Per quanto riguarda la versione italiana credo che i signori che hanno scelto il titolo alternativo avessero qualche problema con la parola “duro”. Oh, siamo in Italia, non stupitevene molto. In questa re-visione del mitico action-movie che ha dato i natali all’immenso Detective John McLane chiamerò il film col suo nome originale, perché, duro o non duro, l’intera trilogia si chiama così.

Ho detto trilogia? Sì, l’ho detto. Qualcuno mi è venuto a dire che esistono altri due film oltre i tre canonici, ma facciamo finta che non esistano, per favore (in realtà il quarto sarebbe anche passabile, ma transeat per ora, ne parlerò più avanti).

Quindi, come farebbe Simon in Die Hard 3, vi propongo un indovinello. Che cos’hanno in comune Frank Sinatra e Bruce Willis? Se non mi rispondete entro cinque minuti farò saltare la bomba che ho messo in Prato della Valle (dai che scherzo!).

Be’, vi stupirà sapere che nel primo film in cui ha recitato il vecchio Bruce il protagonista era proprio Frank Sinatra al suo ultimo ruolo. Recitato è una parola grossa. Il “ruolo” di Bruce era quello di un tizio che entrava in un bar proprio mentre il protagonista ne stava uscendo. Una comparsata rapida come la vita di una particella subatomica.

Die Hard (1988)

Le correlazioni fra Bruce e The Voice non finiscono qui. Conoscete un certo Roderick Thorp? No? È un giallista americano, autore di parecchi gialli fra cui The detective e il suo seguito Nothing last forever (titolo parecchio Bondiano) con protagonista il detective Joe Leland. Dal primo nel ’68 è stato tratto l’omonimo film The detective, tradotto (ci risiamo) in Inchiesta pericolosa (sic! e sigh!) interpretato proprio da Frank Sinatra. Anche Nothing lasts forever era stato candidato ad una trasposizione cinematografica. Nel romanzo, Joe Leland aveva a che fare con una banda di terroristi che assaltava un grattacielo e prendeva in ostaggio i presenti, inclusa sua figlia.

Die Hard (1988)

A questo punto credo che abbiate capito dove voglio andare a parare. Ricordate quando nell’amarcord di Commando parlavo di un sequel diventato poi Die Hard? Ecco. Il seguito di Commando doveva essere basato sulle vicende narrate in Nothing Lasts forever e interpretato dal nostro muscoloso amico Mister Olimpia nuovamente nei panni di Matrix. Sta di fatto che le cose non sono andate proprio così.

Schwarzy ha rifiutato il ruolo, la produzione ha trasformato l’opera di Thorp in qualcosa di molto (ma non troppo) diverso e il tutto è stato ri-impacchettato e riciclato come un prodotto tutto nuovo e consegnato nelle mani di McTiernan, che si era fatto notare un anno prima con uno degli altri fiori all’occhiello dell’action: Predator. Be’, un regista che come secondo film ti spara fuori Predator direi che non è proprio da sottovalutare.

Mancava il protagonista principale però. Schwarzy non ci stava, Sly neppure, Burt Reynolds neanche, Harrison Ford aveva un impegno, Mel Gibson ha risposto qualcosa in aramaico e Richard Gere (grazie a Dio) ha detto che quel giorno doveva fare il nigyorengkyo.

Non restava che andare a cercare un attore semi-sconosciuto. Mica tanto semi-. Willis prima di Die Hard aveva già recitato nella serie TV Moonlighting (da noi Agenzia Luna Blu) e in Appuntamento al buio, di cui ricordo la scena in cui lui e Kim Basinger si incontrano ad un’esposizione di Giger. Proprio un bel posto per portare una tipa (anche se c’è da dire che io esco solo con tipe che amano Giger).

Lunga storia corta (conosco una persona che andrà su tutte le furie per questo conio), Bruce Willis finisce per vestire la canottiera bisunta del Detective John McClane e poi la storia è andata come la ricordiamo: franchise d’azione storico, sposalizio con Demi Moore (la schiacciò proprio durante le riprese di Die Hard in un albergo di Los Angeles), successo interplanetario, perdita dei capelli.

Ricapitolando. La storia c’era, il grattacielo in cui si svolge l’azione pure (la 20th Century Fox si è fatta carico di affittare l’intero Fox Plaza, in cui possiede il quartier generale, noto pure per essere uno degli edifici che crolla nell’apocalittico finale di Fight Club) il regista c’era, l’attore protagonista c’era, c’era pure la moglie (Bonnie Bedelia, la zia di Macaulay Culkin, se può interessare), mancava il cattivo.

Die Hard (1988)

Dopo aver azzeccato tutto, la produzione di Die Hard infiora un altro bullseye chiamando il sempiterno Alan Rickman (qui al suo debutto) che voi giovinetti ricordate per Severus “Hai gli occhi di tua madre” Slape del maghetto Enrico Potta, ma che io che sono vecchio, ho la schiena a pezzi e una probabile cirrosi, ricordo con molto più piacere come uno dei cattivi più iconici della storia del cinema, nonché attore di chicche assolute per gli onanisti cinefili quali Dogma (interpretava Metatron) e il semisconosciuto (ma dovete vederlo prima di morire) Galaxy Quest.

Die Hard (1988)

Postilla: grande ispirazione per la stesura del romanzo, a detta dell’autore, fu il famosissimo film catastrofico The towering Inferno, il nostro Inferno di Cristallo, ambientato in un grattacielo in fiamme. Per cui potrei dire che la traduzione Trappola di cristallo di Die Hard, alla fine un senso ce l’ha pure. E io che mi lamento sempre.

Ecco, ho scritto la solita tesina. E sì che in Commando mi ero parecchio trattenuto. Qui purtroppo non ne sono stato in grado. Facciamo mente locale: di tutto ciò che sta attorno al film ho parlato. Del film ho spiegato solo rapidamente la trama del romanzo da cui è tratto.

Anche qui, come in Commando… davvero volete che vi parli della trama? Davvero non l’avete visto? Se la risposta è affermativa… perché continuate a farvi del male? Persino mia mamma l’ha visto una decina di volte (non scherzo). Io sarò arrivato a una quindicina perché poi mi è arrivata la banda larga e non sono stato più costretto a vedermi i Bellissimi di Rete 4.

Vabbé. John McClane è un poliziotto di New York, sa fare bene il suo mestiere, ha esperienza da vendere e quella sorta di intuito animale che lo porta ad uscire dalle situazioni più pericolose con l’uso dell’ingegno, della pistola e a volte anche della forza bruta. Non è un cristone muscoloide come John Matrix, né è un sopravvissuto come Rambo.

È uno di quegli eroi credibili in cui ci si può quasi identificare (anche a me piacciono le canottiere, per esempio, anche se le mie donne odiano che le indossi perché sembro un truzzo). È un uomo con parecchi difetti. È orgoglioso, testardo e, nel corso del franchise scopriamo che è pronto a farsi qualche bevuta di troppo.

Avendo preso in moglie una donna in carriera di origini italiane (mix letale, smentitemi se potete), possiamo ben capire che la sua situazione familiare sia un po’ complicata. Proprio a causa di queste beghe, il buon John decide di raggiungere la moglie a Los Angeles ad una festa che si tiene al Nakatomi Plaza di proprietà del Signor Takagi, principale di lei.

Tra l’altro è anche Natale… e per questo dico che Die Hard e il suo seguito sono i miei film natalizi preferiti, anche perché quella cacchio di poltrona per due non la reggo proprio più.

Tutto bene, tutti amici finché non arriva il grandissimo Hans Gruber e la sua banda di “terroristi” tedeschi. Assaltano il palazzo, prendono in ostaggio i presenti e muovono delle richieste di scarcerazione.

In realtà Hans e compari puntano ad altro e cioè al Caveau del Nakatomi Plaza, il sancta sanctorum di ogni superladro che si rispetti.

Toccherà al detective McClane, ospite indesiderato, risolvere la situazione, aiutato esternamente pure da un collega della LAPD interpretato da Reginald Vel Johnson, che molti di voi ricorderanno come il Carl Winslow di otto sotto un tetto, pure poliziotto.

Il nostro buon eroe, stavolta con qualche macchia non solo sulla canottiera e qualche paura (spesso, parlando da solo, maledice la situazione in cui si trova), attraverso una serie di rocambolesche intuizioni, ammazza tutti e vince, e con lui vince lo spettatore che ha appena visto uno dei più bei film d’azione mai partoriti da mente umana.

E il bello è che Die Hard non è neppure il mio preferito del franchise, chissà perché io ho sempre amato di più il secondo, ma se la giocano sui centesimi direi.

Perché Die Hard funziona? Oltre alla regia (McTiernan sa fare il suo lavoro egregiamente, è il classico regista che scompare dietro alla camera, come solo gli americani sanno fare), sono il cast e la sceneggiatura che fanno la differenza.

John McClane è il prototipo dell’eroe per caso. Ha indubbie capacità, ma di certo i problemi non se li va a cercare. Vorrebbe solo trascorrere un po’ di tempo con la moglie Holly per riparare il riparabile. Se vogliamo la sua definizione da bignami di “eroe”, la possiamo trovare inaspettatamente nel quarto Die Hard, il primo dei due film brutta-copia per famiglie.

Parlando alla sua spalla nerd, che gli chiede come ci si senta ad essere un eroe, John risponde:

Sai cosa ottieni ad essere un eroe? Niente. Ti becchi un colpo di pistola. Pacche sulle spalle e bla, bla, bla. Bravo ragazzo. Ti becchi il divorzio… tua moglie non si ricorda neppure come fai di cognome, i tuoi figli non vogliono parlarti, ti fai un sacco di pranzi da solo. Fidati di me, ragazzo, nessuno vuole essere quel tizio. Io lo faccio perché non c’è nessuno in giro che possa farlo. Credimi: ci fosse qualcun altro, lo lascerei fare. Però non c’è, così lo faccio io. Ecco quello che ti rende quel tizio.

Die Hard (1988)

Direi che è sufficiente per descrivere il carattere del detective McClane. È un tizio normale, piuttosto sveglio e coi riflessi pronti, che ogni tanto affronta delle situazioni pericolose. Estremamente diverso dal John Matrix di Commando. Per McLane la distanza fra un punto A (instaurazione del problema) e un punto B (risoluzione del problema) non è affatto una linea retta ma un arzigogolato percorso che possiamo pur definire guerriglia o sabotaggio o attività di logoramento.

È ben lungi da essere un super-poliziotto ammazzasette, lo stesso regista l’ha voluto così. Ad ogni scontro con uno degli henchmen di Gruber, il vecchio John ne prende proprio tante e, alla fine dell’azione, è ridotto proprio male sia fisicamente che psicologicamente.

A dir la verità, la sua battaglia conto i cattivi è una vera e propria Passione Cristologica. Basti ricordare la scena della corsa sui vetri a piedi nudi (Willis sul set indossava un paio di “scarpe” a forma di piedi).

Die Hard (1988)

Ok, non siamo nel regno della verosimiglianza più assoluta, ma il nostro protagonista di certo è uno degli action hero più umani e il suo rapporto puramente telefonico con il sergente Al Powell dimostra quanto abbia bisogno di una “voce amica” che lo aiuti ad andare avanti.

McClane è uno di noi, quindi. Be’, magari un po’ più sveglio, più abile con le armi e più resistente. Die Hard 5 fallisce proprio in questo: nel tentativo di concentrarsi sulle scene d’azione a discapito della caratterizzazione di McClane, che diventa solo l’ombra di se stesso, un cliché senza più canottiera che sa solo ripetere a pappagallo battutacce e ammazzare ottusamente i cattivi.

La riuscita di un buon film, non solo d’azione, si basa ovviamente anche su altri elementi. Il primo (ne parlerò più esaustivamente quando tratterò Aliens) è la capacità di creare una rete di relazioni fra personaggi inseriti in un microcosmo credibile. Il microcosmo di Die Hard, il Nakatomi Plaza, è egregiamente fatto diventare un ulteriore personaggio.

Viviamo nel grattacielo, col tempo impariamo a conoscerlo bene. I suoi uffici, i piani in costruzione, gli ascensori, il caveau, l’ufficio di Takagi in cui si installa Gruber. Strano a dirsi, ma il Nakatomi ha una sua personalità. Nel suo ventre e nelle sue vicinanze si muovono i protagonisti di Die Hard. Ognuno ha una sua personale story-arc e stringe delle relazioni (o le possiede pregresse) con gli altri.

L’esempio più importante è proprio quello del sergente Al Powell a cui spetta il compito di ammazzare l’ultimo cattivo rimasto, risolvendo così la sua story-arc personale, segnata da un grosso trauma.

Non aggiungo altro, anche se ce ne sarebbe da riempire una tesi. Vi lascio con un ultima curiosità: quando Al Powell spara a Karl, l’ultimo pseudo-terrorista rimasto, le note che si sentono sono di Jack Horner, compositore stacanovista di Hollywood. Il pezzo era stato creato inizialmente per lo scontro finale di Ripley con la regina madre in Aliens (salvo poi essere stato scartato per un tema già utilizzato).

A questo punto, potete di nuovo capire di quale film parlerò la prossima volta. Avete indovinato: Rambo.

Yippi-ki-yea, oh voi che soffrite di un ben poco platonico complesso di Edipo!

Curiosità

  • Il film si chiude sulle note di Let It snow! Let It snow! Let It snow!, brano di interpretato pure da Frank Sinatra. Purtroppo la versione del film è cantata dall’interprete originale Vaughn Monroe e non da The Voice. Perché dico purtroppo? Perché volevo un altro collegamento tra Die Hard e Frank Sinatra, cacchio! C’eravamo così vicini…
  • Da Die Hard sono stati tratti alcuni videogiochi, come da buona tradizione Hollywoodiana. Tutti piuttosto dimenticabili aggiungo, se non il primo (comunque pessimo): Die Hard per il NES di cui vi consiglio caldamente la recensione che ne fece l’AVGN tempo addietro (il video è sottotitolato in Italiano, mi raccomando: astenetevi se non potete soffrire il turpiloquio).

Link Utili

Die Hard su IMDB

Il trailer ufficiale

Seeing Stars (il sito da cui ho bellamente fottuto la foto del finale di Fight Club coi nomi dei grattacieli)

Die Hard di GuyzNite (un tributo musicale al nostro amico John McLane)