Ho letto una volta una bellissima storia che inizialmente si tramandava per via orale, fino a quando qualcuno non decise di metterla in forma di poema epico.

Si chiamava Iliade o qualcosa di simile e narrava le vicende eroiche di una serie di personaggi, tra cui un certo Achille, che si scannavano tra di loro sostanzialmente per il possesso di ricchezza, fama, donne e amori.

A quanto pare questi temi andavano così a braccetto e per la maggiore, che da quel momento si sviluppò un ricchissimo e infinito filone di ispirazione saldamente legato a questi principi letterari di base, filone che sbocciò nel mainstream dei romanzi cavallereschi appartenenti al ciclo carolingio e bretone (vedasi ad esempio L’Orlando Innamorato o quello Furioso, senza dimenticarsi il celeberrimo Re Artù e tutta la sua banda di accoliti a cavallo).

Non ne fu immune secoli dopo neppure Alessandro Manzoni, il quale introdusse nel suo ben noto romanzo storico spunti innovativi di natura catastrofista, quali l’epidemia di peste, e la metafora della cecità per denunciare la vigliaccheria dell’uomo e della società che non vuole vedere.

I temi del catastrofismo e della cecità si sono aggiunti alle infinite divagazioni dal filone principale, che peraltro rimane saldamente legato alle sue origini, andando in tempi non remoti a ispirare rispettivamente la mano di Stephen King ne L’ombra dello Scorpione e molti anni prima quella di H.G. Wells ne Il Paese dei Ciechi, autori che a loro volta hanno ispirato rispettivamente La strada di McCarthy e il ben più noto Cecità di Saramago.

Senza parlare del romanzo Hitorizumo, di N. Skert (sottolineo l’incredibile caso di omonimia con l’autore di codesto articolo) che un noto giornalista ha definito a metà strada tra La strada, appunto, e Cecità di Saramago, esercizio di accostamento peraltro molto diffuso nelle categorie dei critici e di coloro che vogliono dimostrare che sanno.

Senza dimenticarsi, nell’inesauribile filone degli accostamenti funambolici, chi vede analogie con Nightfall di Asimov, il cui testo tra l’altro ha evidentemente ispirato il titolo Mille splendidi soli di K. Hosseini. Personalmente, un passaggio del romanzo Hitorizumo, in cui viene data alle fiamme una città, ricorda in maniera evidente il sacco di Troia, per buona pace di Omero.

Invito tutti a concludere codesta lettura canticchiando la seguente canzone di Branduardi, di cui vi ricordo il principio, che guarda caso è anche la fine:

“Alla Fiera dell’Est, per due soldi, un topolino mio padre comprò…”

Allegria!

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