Tra le 27 opere presentate per il Premio Strega 2014 c’è anche unastoria di Gipi. Ma siamo sicuri che sia un bene per il mondo del fumetto italiano? Io credo di no.

Quest’anno tra le 27 opere proposte per il Premio Strega 2014 c’è anche un fumetto: si tratta di unastoria di Gipi (Coconino Press), proposto da Nicola Lagioia e Sandro Veronesi (trovate l’elenco completo su Booksblog).

Naturalmente la cosa ha fatto discutere tra gli addetti ai lavori dato che non era mai successo che un fumetto venisse inserito nella lista dei papabili, lista da cui uscirà poi la cinquina finale. A sentire Gian Paolo Serino peraltro tutto sarebbe già scritto, vincitore compreso.

Ecco perché un fumetto al Premio Strega è un autogol per il mondo del fumetto italiano (secondo me)

Personalmente non credo molto nei concorsi letterari mainstream, sono convinto che con il tempo siano diventati semplicemente uno strumento di marketing, ma questo è un altro discorso.

Il punto qui infatti è che senso possa avere candidare un fumetto a un premio letterario visto che, come viene enunciato all’art. 5 del suo regolamento Il premio è assegnato annualmente a un libro di narrativa in prosa di autore italiano, pubblicato in prima edizione tra il 1° aprile dell’anno precedente e il 31 marzo dell’anno in corso (sul sito ufficiale del premio trovate il regolamento completo).

A questo punto va fatta una premessa importante: sono fermamente convinto che narrativa in prosa e fumetto abbiano pari dignità letteraria, culturale e artistica. Per questo penso che candidare un fumetto allo Strega sia un autogol clamoroso. Ogni volta che leggo di un fumetto che vince un premio riservato ai libri (in altri paesi è già successo) provo infatti uno sconforto profondo.

Ecco perché un fumetto al Premio Strega è un autogol per il mondo del fumetto italiano (secondo me)

Il motivo è molto semplice: si continua a considerare il fumetto un prodotto culturale di serie b, roba da ragazzini. Perché allora ne viene candidato uno allo Strega? Perché innanzitutto non si tratta di un fumetto ma di “un” graphic novel, e poi perché il messaggio che passa è che i fumetti sono roba da ragazzini, certo, ma questo è talmente bello che allora può competere anche allo Strega.

Il top dello snobismo culturale insomma, non a caso ho utilizzato l’odioso termine graphic novel, che in Italia è diventato ormai un modo insopportabile per dire che si tratta di un fumetto davvero bello, profondo, intelligente e di alto valore culturale. Un’opera che può essere paragonata a un libro e di cui dunque non ci si deve vergognare. In definitiva un fumetto che non è un fumetto.

Ecco perché un fumetto al Premio Strega è un autogol per il mondo del fumetto italiano (secondo me)

Facciamo un esempio molto concreto: oggi è abbastanza palese che le Serie (che siano Tv o Web)  se la giocano alla grande con il cinema. Anzi, in molti casi le serie sono di gran lunga superiori a quello che vediamo al cinema.

Ma nessuno si sognerebbe di candidare una serie tv agli Oscar. Perché stiamo parlando di due mondi diversi. Due mondi che pur avendo moltissimi punti in comune utilizzano linguaggi diversi, seguono regole diverse e, di conseguenza, non avrebbe senso metterli in competizione diretta.

E lo stesso vale per i fumetti e i libri: perché metterli in competizione tra loro? A questo punto mi domando perché non candidare allo Strega un disco particolarmente riuscito, o magari un film o un documentario. E perché no un quadro o l’opera di un artista concettuale.

Ecco perché un fumetto al Premio Strega è un autogol per il mondo del fumetto italiano (secondo me)

Nessuno mai si sognerebbe di inserire un romanzo all’interno di un premio dedicato ai fumetti per il semplice motivo che sarebbe un po’ come far giocare una partita tra la Juventus e i Chicago Bulls. Sono due società sportive tutte e due, ma praticano sport diversi. Fumetto e narrativa sono entrambi due prodotti culturali, ma sono due arti diverse.

Finché si ragionerà in questi termini in Italia il fumetto continuerà a restare un prodotto di serie b rispetto ai libri, perlomeno nelle teste delle cosiddette élites culturali (sic!), per non parlare poi degli addetti ai lavori.

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