Cloud Atlas, film e libro, rappresentano un unico racconto che si dipana su media differenti, ma che ha bisogno sia del suo corrispettivo cartaceo che della pellicola.

Cloud Atlas, film e libro, raccontano la stessa storia: sei vicende che si intersecano tra un presente, un passato e un futuro; saltando tra diverse epoche, le une collegate alle altre da piccoli particolari.

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Libro e film diventano allo stesso tempo un inno, che celebra il nostro passato e un monito al nostro futuro. Tra un inno filosofico, un sestetto musicato, un trattato sulle innumerevoli sfaccettature della psiche, Cloud Atlas si muove tra questi estremi, vacillando e rialzandosi dando vita a un affresco dalle tinte multicolori e multiculturali, che esprime, ineluttabilmente, la voglia di libertà e l’abolizione di ogni catena.

Il libro, scritto nel 2004 da David Mitchell, è un’opera puramente tardo-postmodernista che riflette sul destino dell’umanità e sull’importanza della scrittura. Infatti l’autore tramite registri stilistici diversi, che rimandano a tradizioni letterarie specifiche, crea un romanzo che riflette non solo i mutamenti sociali e umani tra le diversi epoche, ma, forse soprattutto, i mutamenti nella scrittura stessa intesa come medium comunicativo.

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Dunque, non stupisce che la trasposizione cinematografica sia stata affidata ai fratelli Wachowski, creatori dell’universo Matrix, che ha rivoluzionato non solo il mondo del cinema ma anche la cultura popolare, con l’ingresso nella cyber era alla fine degli anni Novanta.

Ora, sorge spontanea una domanda: come riuscire a rendere credibile l’esaltazione della scrittura, presente nell’opera di Mitchell e punto centrale del romanzo, in un altro sistema mediale, come il cinema?

La risposta è semplice e i Wachowski sono stati maestri in questo: il montaggio. Tramite un montaggio veloce, che crea connessioni e istituisce un senso al racconto, i registi evitano di delimitare il racconto in gabbie indipendenti autonome e autoconclusive.

Le sei storie rivivono sullo schermo dando vita ad una commistione, saltando tra presente, passato e futuro senza alcun punto di riferimento tranne che per una voglia a forma di stella cometa, che compare sulla pelle di diversi personaggi, che sembrano gli uni collegati agli altri tra le diverse epoche.

Ed è proprio questo piccolo, ed apparentemente insignificante particolare, a venire enfatizzato dai registi e manchevole nell’opera letteraria.

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Infatti, per rendere ancor più didascalico il racconto, i registi utilizzano uno stesso attore per interpretare personaggi diversi in epoche differenti. Se, nell’opera di Mitchell, il lettore ha solamente un vago sospetto che i protagonisti dei diversi racconti siano in stretta connessione tra loro, come se rivivessero nel passato e nel futuro, sotto altre vesti e in altri luoghi, nel film dei fratelli Wachowski questo sospetto diventa realtà.

Cloud Atlas, film e libro, devono essere intesi come un unicum, come un racconto che si dipana su media differenti, ma che ha bisogno, per completarsi e per sopravvivere sia del suo corrispettivo cartaceo che della pellicola.

L’unica pecca riscontrabile nella strutturazione del racconto, rintracciabile sia nella sua versione letteraria che nella sua versione cinematografica, è rappresentata dal particolare della voglia a forma di stella cometa. Ovvero, può tale particolare riuscire a trasmettere al fruitore un senso di riflessione sul destino dell’umanità?

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Nonostante questa pecca, Cloud Atlas, sia film che libro, riesce nel suo intento, dando vita ad un racconto enciclopedico che punta a ripensare al proprio passato, indagarlo, in quanto ripetibile e ciclico.

Indagare il passato per evitare di incorrere nei medesimi errori, ma inevitabilmente gli errori fanno parte di un disegno più grande, immenso, che collega futuro, passato e presente.

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