I ruggenti anni ’20 ovvero quando Ernest Hemingway boxava sul ring a Parigi contro Morley Callaghan e Scott Fitzgerald cronometrava

Estate 1929. Parigi è la capitale dell’arte. Le strade di Montparnasse sono invase da artisti e pseudo artisti. A frotte infestano la fumosa e famosa rive gauche. Perdono tempo seduti ai tavolini dei bistrot.

Invadono le centinaia di galleria d’arte, fondano decine di riviste di letteratura, fanno la fila davanti alle casse dei teatri e si ubriacano di Borgogna in locande fuori mano.

Tre americani alticci stavano discutendo seduti in una di quelle taverne. Il nome della taverna: Prunier. Uno dei tre americani era John Peale Bishop giornalista di The New Republic. Gli altri due erano Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald.

Ernest Hemingway sul ring - Prunier

“Ah Scott… Scott….” Biascicò Hemingway brillo. Avevano appena finito di pranzare. Sul tavolo diverse bottiglie vuote. Sulle facce sguardi vuoti e smorfie confuse.
“Non dovresti scrivere quelle porcherie” continuò Hemingway prima di scolarsi l’ennesimo bicchiere di vino bianco.
“I romanzi non si vendono, devo scrivere racconti perché i racconti si vendono” cercò di giustificarsi Fitzgerald.
“E allora scrivi un racconto ma mettici sincerità”.
“I miei racconti sono pieni di sincerità”.

I due si guardarono. Per una frazione di secondi sembrò che tutto sarebbe potuto accadere. Fu Bishop a riportare la situazione alla realtà.
“Sono le tre” annunciò. Ernest scosse il capo.
“Ho proprio voglia di menare le mani”.
“Andiamo a prendere il canadese allora” propose Scott.

Pagarono il conto e barcollarono fuori. Quel pomeriggio alle cinque, Hemingway aveva un appuntamento per boxare con Morley Callaghan, un giovane scrittore. Fitzgerald avrebbe dovuto cronometrare. Si erano messi d’accordo per riprese da un minuto. Alle tre e mezzo passarono a chiamare Callaghan. Per strada si fermarono per un paio di whiskey. Il risultato fu che arrivarono in palestra completamente ubriachi.

Ernest Hemingway sul ring featured

I due contendenti indossarono i guantoni. Callaghan sembrava fresco e riposato. Hemingway aveva le gambe molli e lo sguardo vacuo. Più che saltellare sul ring ondeggiava. Il gong suonò. I due si avvicinarono.

Il primo colpo non lo vide, il secondo non lo sentì, il terzo gli fece quasi passare del tutto la sbronza. Ben presto fu sicuro che sul ring a boxare con lui non c’era solo un Callaghan ma due. Probabilmente si trattava del fratello gemello. Erano impressionanti il numero di colpi che arrivavano.

Callaghan continuava a colpire, Hemingway continuava a cercare di rispondere ad ogni colpo, ma faceva fatica perfino a vederli partire. Improvvisamente si rese conto di non aver mai fatto una ripresa così lunga. Si voltò verso Scott all’angolo.

“È passato il minuto?” chiese. Callaghan si avvicinò, con un pò di fortuna schivò un colpo violento.
“Per l’amor di Dio Scott, suona la campanella” disse Hemingway quando vide Fitzgerald mimare un paio di colpi.
“Scott la campanella!” urlò riuscendo a uscire dalle corde dove l’altro l’aveva chiuso. Ma Fitzgerald sembrò non udirlo nemmeno.

Callaghan lo centrò sulla guancia tagliandogli il labbro.
“Va bene Scott, i tuoi racconti sono strepitosi, eccellenti e pieni di sincerità, ed ora suona quella dannata campanella!” urlò Hemingway con quanto fiato aveva in gola alzando la guardia e incassando il più possibile la testa tra le spalle.

Ernest Hemingway sul ring - Francis Scott Fitzgerald

Il gong risuonò mettendo fine alla ripresa. Fitzgerald si avvicinò.
“Scusami Hem, mi son fatto prendere dall’entusiasmo. Perdonami ma non mi ero accorto che fosse passato così tanto tempo” cercò di giustificarsi Scott Fitzgerald.
“Solo per curiosità, quanto è durata questa maledetta ripresa?” chiese Hemingway tamponandosi il labbro che si andava velocemente gonfiando.

Scott cacciò l’orologio da taschino e arricciò la fronte: “Beh, quasi quattro minuti… Ma sono sicuro che ancora qualche secondo e l’avresti steso Hem”.