Lucy, l’ultima donna guerriero di Luc Besson, non convince e ci lascia con l’amaro in bocca. Un film pretenzioso pieno di inutili virtuosismi.

Luc Besson dovrebbe cambiare spacciatore. Lo dico sul serio, per la sua salute e soprattutto per tutti quegli spettatori che aspettano da diversi lustri che il discontinuo cineasta francese torni ai fasti dei suoi debutti. Avete presente Nikita, Leon ed Il Quinto elemento? Beh, dimenticateli e mettetevi il cuore in pace.

Lucy dovrebbe (e vorrebbe) essere, molto semplicemente, un action-thriller “intelligente”, in grado di intrattenere e allo stesso tempo di farci riflettere sull’ enorme potenziale inutilizzato dei nostri cervelli. Sì, perché se qualcuno ancora non lo avesse evinto dal trailer, noi comuni mortali usiamo soltanto il 10% delle nostre capacità intellettive, mentre lei, Lucy, a causa di una potente droga, arriva nel giro di poche ore a sviluppare il 100%.

Re-visioni, Lucy di Luc Besson - la recensione

La protagonista, interpretata da Scarlett Johansson, è una ragazza dalla vita dissoluta che, a causa di cattive compagnie, finisce rapita dalla mafia coreana, che la utilizza come corriere per una nuova potentissima sostanza, inserita nel suo corpo. Il contenitore, però, si rompe ed il composto entra in circolo, dotandola di capacità inaspettate. Lei, ça va san dire, decide di vendicarsi.

La prima mezz’ora promette bene. Un incipit incendiario ed esagerato in puro stile bessoniano, con la nostra eroina catapultata in una situazione senza alcuna via d’uscita. I problemi, quelli veri, iniziano quando Lucy comincia a sviluppare il suo potenziale intellettivo.

Il ritmo è continuamente rallentato da digressioni “documentaristiche” e da effetti speciali che, se in prima battuta potevano essere originali, finiscono per rendere la narrazione troppo artificiale e improbabile. Besson non è Malick e quando il lato sci-fi e, soprattutto, il sottotesto filosofico-scientifico-esistenziale iniziano a prendere il sopravvento sull’azione, la frittata è definitivamente fatta.

Re-visioni, Lucy di Luc Besson - la recensione

Per tutta la seconda parte della pellicola, la Johansson ci regala un’unica espressione, come se avesse avuto un’apparizione, mentre Morgan Freeman, che interpreta uno scienziato di fama internazionale, risulta più spaesato di un vegano alla sagra della salsiccia.

Il finale è, in ultimo, caratterizzato da discutibilissime scelte di regia, capaci di raggiunge vette kitsch sinora inesplorate, tra filosofeggiamenti vari e un’aura di misticismo totalmente fuori luogo.

A confronto il buon Limitless, di Neil Burger, che trattava grosso modo gli stessi temi, è un capolavoro assoluto.

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