Non bisogna “trattare”, per rompere le catene della schiavitù: la piaga sociale della tratta é il terzo mercato al mondo più ricco per l’ONU. È dovunque ma non la vediamo

Quando si parla di come si è evoluto il mondo al giorno d’oggi, nessuno può prescindere dal parlare delle migrazioni di persone.

Un fenomeno che, soprattutto in questi ultimi anni, sta assumendo proporzioni immense: nel mondo, secondo il Centro Studi e Ricerche Immigrazione Dossier Statistico (IDOS), al 2013 erano 231.522.000 i migranti, di cui 51,2 milioni sono gli sfollati e richiedenti asilo.

Praticamente un continente intero che si muove sulla Terra.

In questo scenario che rappresenta il terrore per i partiti di destra e xenofobi europei, si nasconde un’altra questione che va oltre il semplice emigrare: la tratta di esseri umani.

Perché pensavamo tutti di esserci liberati della schiavitù con la Guerra di Secessione americana, quando Lincoln tolse le catene ai neri dopo un’orribile guerra civile. Ma ancora oggi milioni di persone vivono in questa condizione, su tutto il Pianeta, nell’indifferenza generale.

Sono duemilioni e cinquecentomila, secondo le stime della Presidenza dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, le vittime su tutto il pianeta di tratta.

E il numero complessivo di schiavi é ancora più terrificante, come sottolinea Anti-Slavery International: 27 milioni di persone! Kevin Bales, suo militante ed esperto di questa piaga, ha distinto tre tipologie di schiavitù: da debito, dove una persona lavora per un altra in cambio di un prestito, senza però stabilire durata e cosa fare; basata sul possesso, quando qualcuno viene catturato o venduto; e contrattualizzata, dove un apparente lavoro diventa pretesto per la schiavitù, senza più paga né orari precisi.

Abbiamo iniziato questo articolo parlando d’immigrazione. Perché una delle caratteristiche principali della tratta è, infatti, il continuo spostarsi, sia delle vittime che dei trafficanti.

Un metodo che non lascia tracce di sé, cancellando i collegamenti con i Paesi da cui queste persone arrivano: Est Europa, Africa, Sud Est Asiatico, America Latina e molte altre zone del mondo. La meta preferita, comunque, è principalmente una: l’Europa.

E i dati parlano chiaramente: secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), nel Vecchio Continente sarebbero 800 mila vittime di tratta.

I “settori” riservati a questi poveri disgraziati sono i più degradanti e inumani che possano esistere: lavoro forzato, accattonaggio, servitù domestica ma il “podio” va tristemente allo sfruttamento sessuale, riguardante i tre quarti dei casi registrati dalla Commissione europea a settembre 2011.

I più colpiti sono le donne (79% dati Commissione europea), con il 12% rappresentato da ragazze minorenni. In totale, comunque, il traffico di vite umane ha un profitto stimato dall’OIM di circa 10 miliardi di dollari all’anno, che trova soprattutto nelle zone di guerra terreno fertile per mietere vittime e arricchire le tasche di mafie internazionali.

A leggere tutti questi dati, le statistiche, sembra un mondo così lontano e assente dalla nostra quotidianità ma in realtà è dietro l’angolo.

Continuiamo a ignorare le grida silenziose di chi si trova in catene, fino a quando non si dovrà pagare il conto per tutto questo male.

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