La difficoltà di esordire e il magnifico “caso” di Amazing Grace di Livia Sambrotta, un nuovo pezzo per la Zuppa di Barbabietole di Matteo Strukul

amazing-grace-recensioneIn passato l’esordio di un aspirante romanziere era indubbiamente non semplice, e tuttavia oggi credo sia ancora più difficile.

Le major non rischiano, non lo hanno quasi mai fatto per la verità, e i piccoli-medi editori, quelli sopravvissuti alla crisi, si sono fatti ancora più timidi e prudenti. Non tutti, sia chiaro, ma di certo la maggior parte.

Per questo saluto con gioia il coraggio e l’intelligenza di Tragopano Edizioni e la bella intuizione di Alberto Spinazzi, nell’aver pubblicato Amazing Grace: perché si tratta di una di quelle perle che spero, e lo affermo con forza, possa portare alla ribalta un’autrice davvero di talento.

Lo dico subito: penso che Amazing Grace sia un magnifico romanzo. Lo conosco molto bene e l’ho letto con profonda attenzione e partecipazione. Perché? Perché Livia Sambrotta è una favolosa creatrice di mondi.

C’è nella sua narrazione la stessa livida paranoia che ho gustato in film come The Vanishing di George Sluizer con Jeff Bridges o magari in Prisoners di Denis Villeneuve.

L’autrice ambienta la storia in una Svizzera grigia e metallica, con quell’atmosfera fredda e tagliente che mi rimanda proprio a certe ossessioni di Villeneuve. Livia crea in modo sottile e profondamente inquietante una tensione sussurrata che cresce progressivamente, inchiodando il lettore dalla prima all’ultima pagina.

Ho ritrovato emozioni alla CronenbergInseparabili – nel rapporto morboso che lega Shae, la protagonista, a Grace, la ragazza scomparsa, e non è un caso che proprio alcuni grandi registi siano riferimenti possibili per questo bellissimo libro poiché lo stile di Livia è fascinosamente visivo nella sua essenziale eleganza e in un equilibrio apparente che pare sul punto di spezzarsi, andando in frantumi da un momento all’altro.

Bella quindi l’idea di costruire una storia che è normale solo nella prima parte, quotidiana direi, per poi regalare al lettore rivelazioni spiazzanti, accelerando il ritmo, e portandolo dritto alla conclusione con quella consumata abilità che dovrebbe avere ogni vero autore, o autrice, di thriller.

Un’indagine, quella che Shae condurrà insieme all’investigatore privato Erri Coletti, costruita in modo intelligente, con attenzione ai dettagli, centellinando gli indizi e lavorando sulle manie, le psicosi, gli scampoli narrativi.

Indovinata anche la costruzione con pochi protagonisti ma molto ben caratterizzati, a dimostrazione che non occorre per forza avere un affresco corale per essere efficaci ma, spesso, specie se si è al primo romanzo, è utile gestire al meglio i personaggi principali, concentrandosi sui loro vizi, le loro passioni, i dettagli, come dicevamo.

Aggiungo che mi piace molto lo stile pulito di Livia Sambrotta: perché ha una sua luminosità cristallina senza per questo rinunciare ad affondare, improvvisa, la lama dove serve.

Onore e merito dunque a Tragopano Edizioni per aver dato una casa a questo brillante esordio che spero possa destare l’attenzione delle major, accendendo i riflettori su quella che considero una narratrice di razza: Livia Sambrotta.

Una cosa è certa: qui a Sugarpulp un romanzo come questo lo sosterremo sempre. Perciò compratelo e leggetelo!