Ritratto di Romano de Marco a cura di Danilo Villani per SugarDAILY, il blog di di Sugarpulp.

Assai lodevole l’iniziativa, nella scorsa primavera, di Andrea Cotti e Luca Poldelmengo di riunire in un unico volume dal poliziottesco titolo Roma a mano armata, sei autori emergenti tra cui loro stessi insieme a Alessia Tripaldi, Deborah Gambetta, Igor Artibani e Romano De Marco.

Sei racconti brevi assai dissimili tra loro come contesto e ambientazioni ma uniti dal filo comune della decadenza e della situazione in cui versa la capitale come ampiamente dimostrato dalle cronache.

Senza togliere nulla agli altri autori, con alcuni dei quali si nutrono sinceri rapporti, leggendo l’episodio scritto da Romano De Marco, si è subìto un vero coup de foudre.

Innanzitutto il linguaggio: vernacolo romano allo stato puro. Forse, ci sia consentito l’azzardo, solo Pasolini era arrivato a tanto.

Il trasmettere le sensazioni del parlato attraverso la lettura è opera di maestria fina che senz’altro presuppone un paziente lavoro di ricerca ma anche di vita vissuta considerando le radici non romane dell’autore.

Non appagati, anzi curiosi abbiamo colmato il gap dedicando praticamente gli ultimi mesi alla lettura dell’opera omnia.

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Il suo stile è asciutto, essenziale. Riesce a catturare l’attenzione del lettore accompagnandolo quasi per mano.

Le caratterizzazioni e le descrizioni dei personaggi, persone reali, uomini e donne della porta accanto, facilitano l’ingresso nel loro essere, nella loro personalità, nei loro pregi e nei loro difetti che, ahimè, risultano di lunga superiori ai primi.

Come scritto in precedenza, le opere di De Marco trasudano vita vissuta ed esperienza diretta: la descrizione accurata dei luoghi, siano essi metropoli convulse come Roma o Milano oppure borghi sperduti sulle montagne abruzzesi e l’incastonatura dei personaggi nel contesto stesso, i dialoghi serrati e veloci con appunto un occhio di riguardo al linguaggio locale.

Sappiamo che l’autore si occupa di security per un importante gruppo bancario e non disdegna di stimolare l’attenzione del lettore tramite accurate descrizioni di casseforti, siano esse risalenti ai tempi di Frà Diavolo o dotate di sofisticatissimi congegni e diavolerie elettroniche di ultima generazione tali da spingere il recensore a coniare un nuovo appellativo di genere: techno-noir®.

Ed è appunto di noir che le opere di Romano sono ammantate. Nonostante i finali “consolatori” il lettore è portato giocoforza a riflessioni che creano finali alternativi quasi come un gioco pirandelliano.

Colpisce anche la tecnica dell’universo narrativo, il fare incrociare i protagonisti delle opere con conseguente interazione sia nel contesto di “fiction” sia negli inevitabili risvolti sentimentali peraltro assai tormentati.

Pur riconoscendo a Giorgio Scerbanenco il primato e la maestria del genere, rifiutiamo qualsiasi paragone. La Milano dello scrittore ucraino era la città della via Gluck, della Cinque Mulini.

Oggi non è neanche più quella “da bere” ma un coacervo, così come la succitata capitale, di intrecci di potere, di affari, di “malpractices” di fronte ai quali Scerbanenco rimarrebbe sbigottito.

Ecco, di queste città Romano De Marco si erge a cantore a bardo, manifestando, attraverso le sue opere, il disagio e l’amarezza ma anche esibendo amore sviscerato per entrambe le metropoli.

Leggi l’intervista a Romano de Marco a cura di Marilù Oliva pubblicata su Sugarpulp.it

Leggi la recensione di Città di Polvere a cura di Federica Belleri su Sugarpulp.it

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  • F T De Nardi

    vero, è proprio bravo