Nel Palazzo della Fondazione Carigo la mostra Soldati racconta una città militarizzata, alle prese con l’abbandono delle caserme.

La storia del Nordest è ricca di capitoli legati agli eserciti: invasori, protettori, di passaggio, mercenari e numerose altre tipologie che sono marciate lungo questo lembo di terra tra Occidente e Oriente.

Altrettante, poi, si sono stanziate qua per difendere il territorio da imminenti minacce nemiche o come punti strategici per partire all’attacco: le cornici, comunque, sono sempre state quelle delle caserme, edifici che ancora oggi dominano il paesaggio.

La mostra fotografica Soldati, quando la storia si racconta con le caserme, ospitata al palazzo della Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia (Carigo), racconta proprio la vita all’epoca di una militarizzazione massicia in questa zona, unica conquista reale per l’Italia tra le trincee della Grande Guerra e per decenni ostaggio di pretese tra il nostro Paese e l’allora Jugoslavia.

Questi edifici imponenti, che abbondano soprattutto in Friuli Venezia Giulia, oggi o sono in stato degrado (la maggior parte), oppure ospitano truppe e reggimenti che sopravvivono alle sempre più numerose accorpazioni.

Ed è quindi per raccontare cosa sono stati, in un’epoca dove la guerra in Europa era dietro l’angolo, che sono raccolti scatti provenienti da numerose collezioni e archivi.

Il “viaggio” inizia però ancora prima che l’Italia nascesse: Gorizia per secoli, infatti, è stata sotto l’Impero Austro-Ungarico, che costruì numerose strutture per il proprio esercito (formato fino alla fine della Prima Guerra Mondiale anche da italiani, peraltro) intitolate a figure come Franz Josef e altri nomi illustri.

E le foto non mostrano una città sotto controllo di un tiranno: sono numerose, infatti, quelle dove si vedono goriziani in festa per l’arrivo dell’Imperatore o dell’Arciduca.

Ma poi arrivò il 1915 e in tre anni sarebbe cambiato tutto: le caserme cambiarono nome, alcune storiche come quella “della Vittoria”, nell’omonima piazza storica della città, abbattute e altre costruite di sana pianta a spese del Comune.

Legati alla storia militare di Gorizia e dell’isontino sono anche personaggi come il Duca d’Aosta, celebre aviatore che ottenne grande fama per le sue imprese durante il conflitto mondiale e a cui oggi è intitolato un piccolo aeroporto dismesso in via Trieste.

Ma negli anni, nella zona orientale dell’Italia, arrivò anche il Duce, la cui visita portò le autorità locali a tirare a lucido la città: le strade all’epoca oggi assomigliano molto alla metropoli di Hunger Games.

L’orrore della Seconda Guerra Mondiale, però, sconvolse ancora una volta la zona, che dopo l’arresa dell’Asse si divise: chi voleva restare con l’Italia e chi passare con la Jugoslavia di Tito.

Durante le trattative a Parigi, immensi cortei per entrambe le fazioni riempivano la città per decidere le sorti di Gorizia, ma alla fine fu “divisa dal suo naturale entroterra”, si legge in una didascalia, e quindi consegnata dagli Alleati all’Italia.

I vallichi sono un altro aspetto interssante che emerge dalle fotografie esposte: oggi siamo abituati a vedere strutture, casoni (peraltro, uno dei più conosciuti in città è quello di Casa Rossa) o quant’altro, ma all’epoca bastavano due finanzieri su un ponticello per separare l’Occidente capitalista dall’Europa orientale comunista.

I volti in posa dei militari accompagnano il visitatore fino alla fine della mostra, dove viene raccontato il progetto “Un paese di primule e caserme”, partendo da un verso di Pier Paolo Pasolini proprio sul Friuli: i dati sul numero di caserme solo in questa regione è enorme, una ogni 15km!, e la stragrande maggioranza giace in stato di avanzato degrado tale da spegnere ogni possibile progetto di riqualificazione.

Anche perché tante sorgono in paesini con circa 5.000 abitanti, per cui i costi sono sproporzionati: bisogna pensare a un progetto collettivo, si legge, che riprenda in mano queste caserme che durante la Guerra Fredda erano punti strategici per la Nato.

Oggi però il Muro è caduto e non si può lasciar marcire così posti grandi quanto i Comuni stessi: una conclusione che va oltre la Storia e pone il pubblico di fronte a un problema che vede ogni giorno, dovunque.

Il progetto della Fondazione Carigo, arricchito da archivi, collezioni private, fondi e collaborazioni con associazioni locali rappresenta un punto di partenza per capire una fetta importantissima di questa terra e cambiarla.

Visitabile gratuitamente il sabato e la domenica.