The Hateful Eight è un maledetto capolavoro. Quentin Tarantino e il suo ultimo film protagonisti della Zuppa di Barbabietole di Matteo Strukul.

The Hateful Eight è un maledetto capolavoro.

Devo dire la verità: non me l’aspettavo. Non mi aspettavo un ritorno di Quentin Tarantino a questi livelli. I giudizi su The Hateful Eight oscillavano fra la meraviglia e la semi-boiata e con una gamma così ampia di giudizi, tre ore di film per la maggior parte ambientato in una baita o emporio fate come vi pare, i palesi riferimenti a Le iene, temevo di crollare sotto i colpi della noia e del già visto.

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Invece, a partire dalla magnifica sequenza iniziale con il close-up sul crocifisso che allarga un po’ alla volta sull’arrivo della diligenza, be’ è stata una marcia trionfale.

Strepitosa la colonna sonora del maestro Ennio Morricone che ci catapulta immediatamente in un’atmosfera e un mondo narrativo – e quasi nessuno è bravo come Quentin in questo – da lasciare estatici.

La neve, la tormenta, la divisione in capitoli, l’arrivo all’emporio con il gelo che morde il culo a Kurt Russell (John Ruth), Jennifer Jason Leigh (Daisy Domergue) e Samuel L. Jackson (Maggiore Marquis Warren) e già vorresti rimanere lì con Quentin per almeno cinque ore.

Perché sa scrivere come un diavolo e scrivendo, aggiungendo dettagli, lavorando sulle suggestioni ti cattura e non ti lascia più andare proprio come i grandi narratori: come William Shakespeare, Alexandre Dumas, Tim Willocks, Alan Moore, Frank Miller, Robert E. Howard.

Ah, raccomandazione fondamentale: non guardate questo film in italiano, guardatelo in lingua originale con i sottotitoli perché altrimenti perderete i colori, gli accenti, le sfumature, l’autenticità di una sporca, violenta storia americana

Americana… piano: c’è talmente tanto spaghetti western – producono i figli di Sergio Leone – anzi snow spaghetti western, in primis Il grande silenzio di Sergio Corbucci, che metà basta.

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E poi l’ultra-violenza di Peckinpah che lampeggia a tratti in un modo quasi ferrigno. E poi, cazzo, c’è il pulp: un ritorno pazzesco, esagerato, sopra le righe ma ben saldo nelle mescolanze del giallo e nel noir.

A un certo punto quando Samuel fa due più due mi pareva di stare sul set di Invito a cena con delitto.

Come sempre, Tarantino ha quel talento magistrale nel meticciare generi e linguaggi, uscendosene fuori con un’opera che non è solo farcita di citazioni ma che è pietra angolare di una visione coraggiosa, piena di stile e di pura arte cinematografica.

Amore, infinito, per i dettagli, capacità di rovesciare le tue convinzioni di spettatore giusto a metà quando credi di aver capito come stanno le cose, urgenza e voglia di stupirsi ancora e di stupire.

Pura, straordinaria, grande narrazione popolare, avendo il fegato di imporre ancora una volta un suo stile che è poi quello che conta quando racconti una storia che, d’accordo, abbiamo già visto ma chissenefrega!

Ma poi quali sono oggi i film davvero originali? Il punto vero secondo me è che ci siamo dimenticati la bellezza di saperla raccontare una storia per cui poi finiamo tutti a urlare al miracolo per gli scenari alla Mad Max – purtroppo senz’anima e senza storia con buona pace di Giacomo Brunoro ah ah ah – o per i tecnicismi di The Revenant – totalmente anafettivi – e ci sono cascato anch’io lo ammetto e a quel punto…

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Rinunciamo a pretendere di avere GRANDI STORIE raccontate IN MODO PERSONALE, COLME DI FASCINO e visivamente sconvolgenti.

La voce, la voce di Quentin in questo film è pazzesca. Dai bastoncini alla menta di Michael Madsen allo stufato, alla caffettiera azzurra, fino al letto e l’angolo bar e poi le coperte Navajo e chiodi e martello per chiudere la porta…

Insomma è tutta una trovata, una gazzarra delirante, un mondo di dettagli colorati e spiazzanti che ti portano a stare tre ore, dico TRE FOTTUTE ORE, con una gang di pazzi squinternati che parlano di secessione e pompini, impiccagioni e giustizia, frontiera e schiavitù e tutto come se cinema, fumetto, letteratura e teatro si fondessero in un’unica incredibile visione scenica.

Tarantino e le minoranze (neri, messicani, redneck), Tarantino e le donne e ancora una volta il personaggio di Jennifer Jason Leigh spacca perché è tutto contro le convenzioni e le visioni rassicuranti che il modello dominante imporrebbe: facciamo un salto sulla sedia quando in modo assolutamente folle Kurt Russell sfonda la bocca a Jennifer perché ha osato prenderlo per il culo… vi dà fastidio? Vi ha fatto rivoltare le budella? Che cosa vi aspettavate? Paroline dolci e ruoli precostituiti? Cavalleria e falsa educazione?

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Per questo amo Tarantino e il pulp perché è nell’andare oltre in quello che vedi o che leggi che, paradossalmente, sei fedele alla realtà, non rassicurando e adottando i codici del politically correct poi però ci metti lo sberleffo, la battuta, i fiumi di sangue e allora ok è solo un film un film pulp… ma secondo voi nel west le donne le corteggiavano con i fiori

Qualcuno ha detto che questa donna non è una guerriera come La Sposa di Kill Bill… e certo, bella storia, mica possiamo fare sempre lo stesso personaggio!

Daisy Domergue è cattiva fra i cattivi, una bandida con istinti quasi sado-masochisti che quando la pesti si lecca il sangue e ammicca perché in un mondo di predatori devi essere peggio di loro. Per certi versi, la sua figura è ancora più ribelle e spiazzante di The Bride-Uma Thurman.

Insomma, è tornato zio Quentin ed è tornato alla grande e con lui è tornato il pulp inteso come stile, estetica, approccio, mood, questa volta applicato al western.

Credo che in assenza di scrittori e registi di questo tipo noi barbabietole lo aspettassimo come l’acqua nel deserto.

Del resto se i personaggi PULP come Flash Gordon rappresentano da sempre la base per un franchise space fantasy come Star Wars allora forse il pulp ha ancora molto da dire e sarebbe bello che Einaudi Stile Libero e Mondadori Strade Blu tornassero a pubblicare un po’ di autori pulp & western come facevano una volta… magari venderebbero qualche copia in più e ci sarebbero lettori più felici in giro.

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