SalTo16, la cronaca di tre giorni in pieno stile Sugarpulp. Massimo Zammataro ci racconta il suo primo Salone Internazionale del Libro di Torino.

Quest’anno è stato il mio debutto in società al Salone del Libro di Torino, non solo come visitatore ma anche come (in)degno rappresentante di Sugarpulp al seguito dei due big Giacomo Brunoro e Matteo Strukul (in ordine alfabetico). Un’esperienza devastante dal punto di vista fisico, che vent’anni fa sarebbe stata una passeggiata, mentre oggi – alla mia veneranda età – si è rivelata un’impresa pari alla maratona di New York.

A parte la fatica, invece, il Salone vissuto al fianco dei due mentori sopra citati è stato veramente appagante: conoscere e parlare (anche solo di sfuggita) con autori, editori, uffici stampa e, in generale, chi sta dietro le leve dell’editoria, mi ha fatto sentire – se non proprio “introdotto” – almeno un po’ aderente al mondo editoriale che conta. Rimane una sensazione, ma pur sempre bella. Considerazioni sulla manifestazione potrei farne, ma Giacomo è arrivato prima e quindi risulterei ripetitivo: condivido le sue riflessioni e vi rimando al suo articoloDetto ciò, ecco la cronaca di una tre giorni in pieno stile Sugarpulp.

Giorno 1: Maze Runner

Il Salone è un labirinto di stand spalmati su tre giganteschi padiglioni: muoversi attraverso le centurie in cui è suddiviso, a partire dal cardo e decumano principali, richiede una capacità di orientamento da provetta Giovane Marmotta. Perdere la bussola è un attimo, e così in breve mi ritrovo a tracciare una cartografia mentale del sito, cercando di fissare punti di riferimento che perdo subito. Cammino per ore, mentre i miei compagni d’avventura sono impegnati nelle loro attività. Alle diciotto ci ricongiungiamo per assistere alla presentazione de Il Sangue dei Baroni, evento funestato da uno spernacchiante microfono, irrispettoso dell’autore e dell’illustre presentatore.

Alle diciannove ci mettiamo in marcia verso la località segreta dell’appartamento, tanto segreta che nemmeno il navigatore riesce a portarci a destinazione facilmente (#siamoquasiarrivati) tra sensi unici, viali e controviali, traffico e manovre automobilistiche alla Fast & Furious (#codicedellastradaciaone). Prendiamo possesso della casa, inauguriamo con birretta defatigante, ceniamo (#stiamoleggerisìcomeno) e chiudiamo la giornata. Nella notte, entità ctonie si manifestano emettendo mostruosi versi rino-gutturali (#trattorilandini).

Giorno 2: The Walking Dead

“La lunga marcia” continua. Il corpo completamente indolenzito, mi aggiro come uno zombi tra uno stand e l’altro, mosso solo dall’istinto di sopravvivenza e dalla compulsiva brama di vedere le ultime novità editoriali. Alcune chiacchiere con vecchie e nuove conoscenze mi aiutano a riprendere conoscenza. Pranzo veloce con il presidente che si fionda un panino con la salsiccia cruda di Bra (tanto si è portato un kit medico che, tra anti-reflusso, anti-acidità e analgesici vari, fa invidia alla più fornita delle farmacie). Riesco ad accasciarmi sull’unico sedile che trovo (ma un’area di decompressione potevate mica metterla?) e consulto il programma dei millemila eventi in cartellone. Me ne sparo uno, così sto seduto un altro po’.

Alle sedici il teamsugar getta la spugna, e con “le scarpe piene di piedi” (cit. Bombolo) ci dirigiamo alla sugar-cave. Prima di entrare, svaligiamo un alimentari pugliese per una piccola merenda (#aperitivinorinforzato) a base di prosciutto toscano, porchetta, olive, alici marinate, pane pugliese e grissinoni ai cereali e prugne. E birrette, ovviamente.

Dopo un breve riposino ristoratore, siamo pronti per la scoppiettante serata. Prima in compagnia degli amici di Babelica (libri, salamino, formaggi vari, pasta con la bottarga, verdure sottolio varie, vino, tequila), poi alla celeberrima festa di Minimum Fax. Sarà che devono tener fede al nome, ma stiamo veramente ai minimi storici. Arrivati alla Canottieri, riceviamo un trattamento indegno per dei VIP come noi: bloccati ed ammassati in coda al cancello (#lafamosacodaallinglese) come profughi siriani alle frontiere, la nostra verve ci consente di stemperare la rabbia della folla che ci circonda portando ilarità con battute grossolane e politicamente scorrette (#saponeallaglio, #solarecomehitler). Da un sondaggio condotto dal sottoscritto tra gli astanti, risulta confermato che gli inviti distribuiti puzzano orrendamente di friggitoria cinese.

Finalmente all’interno, sconsolati dallo stile minimal-vorrei-ma-non-posso dell’allestimento complessivo, ci intratteniamo amabilmente con gli amici commentando la passerella di fenomeni che ci sfilano davanti. Corsa in taxi tipo rollercoaster e buonanotte (#tisanaalfinocchio).

Giorno 3: Gran Finale

É il giorno con più gente, più operatori, più mani da stringere, più persone da salutare. La fatica si sente meno, il tempo passa più in fretta: quasi in un lampo arriviamo a sera (non prima di uno spuntino pre-cena a base di kebab con tutto, arancini siciliani cucinati da un cuoco di provenienza non identificata, ma certamente non siculo, e birrette). Dopo una serie di grappe e genepì dagli amici di Babelica, una puntata al pub ungherese e poi alla festa di Scuola Holden. Si entra solo se si è in lista, e noi lo siamo, cazzo! Niente coda, niente inviti all’aroma di involtino primavera. Prestigio assoluto, VIP ovunque, atmosfera a La Grande Bellezza senza il senso di decadimento (anche se qualche scena di degrado si è vista…). Al rientro, qualcuno (segnatamente il presidente) vorrebbe degustare un panino lurido, ma sono le quattro di mattina e siamo già sotto casa.

Arrivederci all’anno prossimo!

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